Non solo Conchita Wurst. Il mondo dello show-business e non solo si sta accorgendo sempre maggiormente del mondo transgender e la riprova è nelle edicole da ieri.
La copertina del prestigioso “TIME” è dedicata a Laverne Cox, trans protagonista della serie-shock “Orange Is The New Black”, ambientata in un carcere femminile e in arrivo in Italia a settembre su Mya in prima serata. Si tratta della prima volta che una transgender (vera) è protagonista di una serie tv nei panni di una trans. Come se non bastasse, la stessa Cox è stata candidata questa settimanaai Critic’s Choice Awards – gli Oscar dei critici americani – quale “miglior attrice non protagonista”. “Un anno dopo la sentenza della Corte Suprema che ha legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso, un altro movimento sociale sfida gli stereotipi radicati nella società“: così il magazine americano presenta, sul suo sito, il servizio sulla Cox, protagonista della serie più chiaccherata dell’anno dove non mancano scene crude e di lesbismo.
Attrice, produttrice televisiva, sostenitrice (e icona) del movimento LGBT, Cox, originaria dell’Alabama, ha confidato a “TIME”: “Mi sono sentita una donna per la prima volta in terza elementare. La maestra all’epoca disse a mia madre: ‘Signora suo figlio finirà a New Orleans vestito da donna’. I tempi sono cambiati. Oggi rispetto a quando sono cresciuta io puoi sentirti meno solo grazie a Internet. E penso che anche sui media le giovani trans possano trovare più modelli a cui accostarsi rispetto al passato“. “Orange Is The New Black” è uno dei titoli seriali di cui la stampa americana si è occupata maggiormente nell’ultima stagione – sia per i temi affrontati che per l’alta qualità di messa in scena – non da ultima l’ultima copertina del prestigioso “Entertainment Weekly” in edicola che lo definisce letteralmente “strangest, kinkiest and most surprising hit on tv”. Girata col taglio dramedy (a metà strada tra la black comedy e il drama), tratta dal libro di memorie omonimo di Piper Kerman, “Orange Is The New Black” è stata ideata da Jenji Kohan, già ideatrice della serie cult – assai chiaccherata anch’essa – “Weeds”, su una vedova che alla morte del marito si mette a spacciare cannabis per mantenere i due figli. “La serie indaga sull’auto-distruzione e sulla brutalità che si annida anche nell’animo femminile – ha dichiarato l’ideatrice Kohan – la prigione è solo un megafono di questo aspetto”.



