Montage of Heck

Antonio Tortolano

Kurt Cobain: Montage of Heck. La recensione di Antonella Cori

Kurt Cobain, Montage of Heck

E’ difficile ormai per me pensare a Kurt Cobain prima di aver visto questo documentario inedito Kurt Cobain: Montage of Heck, intimo e durissimo.

Mentre scorrono le immagini, si vive in una costante sensazione di stordimento. Un’impressionante accumulo di informazioni recuperate dentro la vita dell’ultimo dei Punk, ci fa rimanere come ipnotizzati, calati completamente nella parte di spettatori mentre scorre la vita di Kurt, che sembra non avere mai tempi morti.

Documenti, foto, video inediti, l’impressione che si ha è che Brett Morgan, il regista del documentario, abbia consumato un’intera vita dietro questo lavoro, invece ci ha messo solo otto anni. C’è tanto di quel materiale che a volte, tra tutte queste immagini che scorrono, ci si perde, l’unica sensazione che rimane costante è un senso di profonda solitudine e una vita breve ma intensa, passata a lottare contro di essa.

Non si può vedere Kurt Cobain: Montage of Heck senza riappropriarsi di stati d’animo a tutti familiari, che sono appartenuti anche a chi quel momento l’ha vissuto ma anche a chi è venuto dopo, perché la musica dei Nirvana esprime un malessere che racchiude in se la potenza di una musica che taglia, attraversa un preciso momento delle nostre vite, Kurt l’ha vissuto tutto quel momento, solo che invece di attenuarsi attraverso la perdita dell’adolescenza, sembrava non avergli dato mai tregua, la morte lo ha fatto.

Questo tracciato di ricordi, fatto dallo stesso Kurt, è impressionante, insomma io non ho mai conosciuto un’artista così da vicino, così intimamente, sembrava di stargli accanto in alcuni momenti. I suoi dipinti, le continue frasi che scorrono gigantesche sullo schermo, entrano dentro di noi. La musica distorta da vecchi video amatoriali, rende il suo modo di cantare ancora più tormentato e viscerale. I video girati a casa da lui e Courthney Love nel loro modo di stare assieme, folle e facilmente giudicabile, ci fa invece l’effetto opposto, si dimentica la morale e si diventa semplicemente spettatori dello scorrere di una vita che blocca le parole in gola.

Le immagini dell’infanzia e dell’adolescenza ad Aberdeen sono tutte inedite, senza di esse non avremmo mai potuto capire come mai Kurt Cobain fosse quello che era, senza quell’infanzia non avremmo mai avuto I Nirvana, una lotta tra la fragilità e la potenza espressa attraverso la musica.
Il documentario, prodotto dalla stessa figlia di Kurt, che vediamo neonata ed infante nell’ultima parte del racconto e alla quale vengono associate in parallelo le immagini che ritraggono un piccolissimo Cobain, ci segnano un cerchio che viene a chiudersi e che tanto ci racconta della vita rock n’ roll di questo personaggio controverso ed affascinante, che appartiene ad un’epoca che conosciamo da sempre, che non è mai finita.

Quello che resta dentro dopo aver visto questo racconto di vita, è un senso di eccitazione, stordimento, rabbia, nostalgia, paura, tenerezza, e voglia di non dimenticare mai Kurt, il suo mondo e la sua musica.

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